“Voglio vincere la maratona di New York”. “Voglio diventare il numero uno della mia azienda”. “Voglio una vita sociale molto più stimolante”. Ecco tre dei grandi classici con cui si apre il rapporto con il coaching, legato a figure professionali non ben identificate che nell’immaginario mutano da feroci allenatori sportivi a composti e incravattati catalizzatori verso il successo professionale, passando attraverso il ruolo di amici fidati (a pagamento) disposti ad aiutarci a fare un po’ pace con noi stessi. Ma chi è veramente un coach? E questo fioccare di scuole, seminari, corsi e motivatori ci sta rendendo davvero più bravi, più realizzati e più felici?

Cos’è il coaching?
Siamo così abituati a tradurre coach con allenatore, che spesso dimentichiamo l’antica origine del termine: carrozza, dal francese coche, il mezzo di trasporto su ruote trainato dai cavalli che ha consentito per primo di accorciare le distanze via terra. E il coaching è proprio questo: un metodo per giungere in modo più veloce e diretto a destinazione. Come? Aumentando le nostre performance e focalizzando diritto sul punto di arrivo grazie all’aiuto di una guida, il coach, il cocchiere che ci dovrebbe condurre lungo la strada maestra.

Il coaching nasce dal mondo dello sport. Molti lo datano a partire dagli anni ’70, con la pubblicazione dei primi libri di Timothy Gallwey, allenatore della squadra di tennis dell’Università di Harvard e primo a mettere nero su bianco i suoi principi di base. “C’è sempre un gioco interiore in corso nella nostra mente, non importa in che altro gioco siamo impegnati. Il modo in cui lo affrontiamo è quello che spesso fa la differenza tra il nostro successo e il nostro fallimento”: questo il suo manifesto, chiamato proprio The Inner Game, Il Gioco Interiore. In pratica Gallwey sostiene che le sfide dell’esistenza intera si combattano contemporaneamente in due arene: quella esteriore e quella della mente, dove sconfiggere giorno dopo giorno gli ostacoli che noi stessi, da soli, ci creiamo e che fanno da tappo alla realizzazione del nostro pieno potenziale. La formula del nostro successo, secondo lui, coincide con l’equazione: performance = potenziale – interferenza, dove per aumentare la performance è necessario aumentare il proprio potenziale o ridurre al minimo l’interferenza. Un approccio che ha trovato man mano applicazione in un numero sempre crescente di attività, da quelle più a quelle meno impegnative, e che dal tennis e dal golf si è spostato via via al mondo della musica, a quello del benessere e poi dell’istruzione.